Auroradoc's Blog

Generation ‘Bridge’

23 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Ciò che dall’evento di Mind the Bridge è emerso, paradossalmente, è che il livello di preparazione degli studenti italiani rispetto agli anni passati, con l’introduzione del nuovo sistema 3+2 e variazioni sul tema, si è abbassato sensibilmente (lo dico gli americani, lo riconoscono i cervelli italiani fuggiti che lì accolgono le nuove leve).

Sembra che nel tentativo di alleggerire il sistema ci abbia rimesso la qualità. Eppure non doveva essere un tentativo per svecchiare la rigida impostazione accademica e nozionistica per aprirsi alle aziende, al mondo del lavoro, alla praticità.. all’innovazione?
In ogni caso, per quanto la mia esperienza lavorativa sia alquanto breve, ho appurato che in generale non è nel mondo aziendale che questa ‘innovazione’ vada ricercata, perché la maggioranza delle aziende -per quanto ho potuto vedere- è costantemente ad un t-1 rispetto al tempo in cui l’innovazione si genera: chi ‘dirige’ ha in media 50 anni (come la media aziendale), e per un 50-enne ‘illuminato’ (perché ce ne sono e ne ho incontrati) ce ne sono almeno altri 5 nella stessa azienda che, nella migliore delle ipotesi, se non lo ostacolano.. non lo ’seguono’; il che significa ‘annacquare’ ogni tentativo di innovare rendendolo un caso isolato piuttosto che una best practice da imitare.

L’idea che mi sono fatta è che l’innovazione la portano le persone con i loro approcci innovativi e la loro apertura e sensibilità nei confronti del nuovo, e la generazione più recettiva a questi temi siamo proprio noi: troppo vecchi per essere ‘nativi digitali’ ma troppo giovani per avere goduto dei privilegi e delle sicurezze della generazione passata (che si è cullata e si è seduta su quelle stesse sicurezze).
Paradossalmente siamo anche i figli di quella generazione che adesso si preoccupa per noi, per i nostri contributi non versati, che già pensano alla loro pensione e si chiedono se noi l’avremo mai.
Siamo quelli che abbiamo meno da perdere proprio perché non abbiamo nulla e viviamo da tempo ormai nell’incertezza.

Siamo quelli a cui la crisi adesso minaccia anche quel poco che siamo riusciti a guadagnare.
Siamo però anche la generazione che ha avuto più opportunità di viaggiare, quella sottoposta a stimoli continuamente nuovi. La generazione costretta a confrontarsi con gap sempre più profondi e da colmare. E siamo ‘affamati’.
Siamo quelli che ricordano bene un’adolescenza (o infanzia) senza cellulare nè web e per questo abbiamo la capacità di stupirci ancora per ogni nuova applicazione e abbiamo la capacità di goderci fino in fondo ogni piccolo passo avanti.

Beh, quel passo avanti siamo proprio noi. The Generation Bridge.

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Mind the bridge (Messina-Reggio Calabria)

10 Novembre 2009 · 7 Commenti

La giornata di sabato 7 è stata l’epilogo di un gran bell’evento.

Purtroppo mi sono persa la sezione di venerdì perché a lavoro (impossibilitata anche a collegarmi in streaming per via del filtro aziendale a cui non è piaciuta la parola “chat” del link al corrieretv).

Però quel che ho visto sabato mi ha comunque lasciato intense pennellate impressioniste che proverò a dipingere di seguito.

Ho visto ragazzi (più o meno) convinti dei propri progetti, forse più dell’idea in sé che della sua reale realizzazione. Hanno parlato di mercati target potenziali valutati in billions ma erano lì a chiedere appena 150.000€ facendo sorridere i Venture Capitalist e i Business Angels in platea.

Mi ha fatto tanta tenerezza vedere i complimenti e le pacche sulle spalle che i finalisti delle startups in concorso si scambiavano dopo ogni presentazione del loro 5-minutes pitch, si capiva che più che in competizione erano stati compagni di (av)ventura accomunati dalla speranza che il viaggio non finisca lì.

Ad un certo punto, mi sono ritrovata casualmente a rispondere a Beppe Severgnini poco prima di salire sul palco per la sua intervista ad Alberto Sangiovanni-Vincentelli . Beppe stava chiedendo quanti stranieri (più o meno) potevano esserci in sala. Gli ho risposto “parecchi, a cominciare da me, siciliana”.

No, non era una battuta, ovvero lo era.. ma fino ad un certo punto.

Il punto che (caro Beppe) non sono riuscita ad argomentare sul momento è che il messaggio che io ho colto unendo tutti i segnali di fumo (denso) che ha avvolto la sala in quella mattinata è stato:

“Fiorentini, veneti, sardi e siciliani di belle speranze, voi e le vostre idee, venite in America, trasferitevi, imparate a strutturare i vostri sogni e le vostre idee, investite questi 10.000eur per 2 mesi live negli States, imparate a proporvi - come suggerito da Vincentelli - come the next 3-million-dollars Company (e in platea i Ventures ad annuire sornioni). Oppure, se vi accontentate di 50.000€ prendete il vostro sacco a pelo e trasferitevi a Ca’ Tron, non vi daranno la macchina ma un bel trattorino per tagliare l’erba sì. Se è anche il vostro hobby.. siete a cavallo”.

L’applauso finale alla Fondazione Mind The Bridge è stato fatto di cuore.

Grazie perché anche se siamo (ancora) lontani dalla creazione di un ecosistema imprenditoriale italiano che favorisca l’investimento nell’innovazione e nelle nuove giovani idee.. da qualche parte per costruire questo ponte verso la “terra delle opportunità” (qualsiasi essa sia) si doveva pur cominciare.

Il grande merito di questo progetto sta da un lato nella sensibilizzazione sul tema, nelle riflessioni su inefficienze e divari, primo passo per poterle “accorciare” e, dall’altro, sulla possibilità di portare sul palco idee, sogni e progetti Made in Little Italy anche solo per spingere questi giovani talenti a mettersi alla prova, prendere consapevolezza e capire che

“Quello che conta non è tanto l’idea, ma la capacità di crederci fino in fondo” (Ezra Pound)

Al di là dell’ironia su Ca’ Tron, standing ovation per H-farm, piccola grande (e seria) speranza per gli startupper italiani in un quadro generale pressoché apocalittico.

Grazie all’augurio di Serendipity di Beppe che ho preso come personale e me lo sono gelosamente portato a casa per farlo fermentare per 24h.

Un sentito grazie anche a Jari che mi ha galantemente ceduto l’ultima brioche alla marmellata durante il break.

Flashback

11 anni fa il ponte che univa la Sicilia al  “Continente” non c’era (e spero mai ci sarà). Ho dovuto prendere un aereo, credere nel mio progetto di vita e partire. Eppure ogni volta che sento di qualcuno che decide di investire concretamente nello sviluppo della Mia Terra ne sono estremamente orgogliosa e gongolo un pò. Perché so bene di quanta capacità (o lucida follia che sia) di crederci ancora più a fondo ci vuole.

I veri Italiani di Frontiera sono quelli che restano.

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Ci sono un tedesco, una siberiana e una siciliana

9 Novembre 2009 · 3 Commenti

Ieri, in un pub sul Naviglio Grande a Milano.

La siciliana e la siberiana si erano conosciute in Sri Lanka, e dopo essere state costrette ad una convivenza forzata di due settimane ed averle concluse senza alcun lancio di coltelli, avevano capito di essere diventate amiche (poi, dopo aver scoperto di avere gusti diversi in fatto di uomini hanno capito che c’erano anche le premesse per un’amicizia di lunga data).

Il tedesco e la siberiana si erano conosciuti in Cambogia e dopo aver cantato a squarcia gola per un’intera settimana la versione tedesca di “Ti amo” di Umberto Tozzi nel percorso che dalla Cambogia li portava in Tailandia avevano deciso che in qualche modo avrebbero dovuto incontrarsi in Italia, prima o poi.

La siciliana e il tedesco hanno così scoperto di aver avuto entrambi dei problemi con la siberiana che aveva il vizio di nuotare nelle acque maldiviane di notte in mezzo agli squali o nelle acque tailandesi di giorno fino a perdita d’occhio, causando in più occasioni non poca apprensione ai compagni di viaggio.

E fu così che la siciliana e il tedesco, si erano ritrovati in questo pub a Milano a ricordare queste esperienze “ai confini del mondo”, rallegrandosi del fatto di ritrovarsi con la siberiana e, almeno per questa volta, lungo ad un Naviglio decisamente “a secco”.

Naviglio Grande caput mundi.



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It’s the right day

8 Novembre 2009 · 4 Commenti

Milano piove e uggia. La casa è avvolta da un silenzio surreale. Stanotte ho avuto un incubo. Ho dormito più di quanto avrei dovuto. Ho una lista infinita di cose da fare. E soprattutto, oggi non avevo intenzione di aprire un blog.

Quindi è il giorno giusto per farlo.

La mia vita è sempre stata in costante (incrementale) cambiamento, ma qualcosa da qualche tempo non è più la stessa. Tempo fa (saranno passati circa due anni) ho attraversato inconsapevolmente uno di quei semafori di vita che ha irrimediabilmente condizionato tutto il resto.

Da allora sono stati stimoli a pioggia, appunti sparsi per carta e per il web, persone (più del solito), una nuova professione, un progetto di lavoro e di vita dai contorni sempre più nitidi.

Ieri ho visto i pezzi di un puzzle unirsi. Ho visto l’immagine di un quadro. E soprattutto ho visto che c’era la mia firma sopra.

Nel mezzo ci sarà tanto da pensare. Un percorso che coinvolgerà persone, tempi e luoghi. Tante cose nuove da imparare e creare.

Ed io non voglio perdermene una.

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